Secondo i dati elaborati dal progetto di ricerca EYES Up (EarlY Exposure to Screens and Unequal Performance), finanziato da Fondazione Cariplo e coordinato dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca sotto la guida del professor Marco Gui, l’abuso di strumenti digitali in maniera precoce e non supervisionata può portare a un peggioramento del rendimento scolastico.
Il risultato è frutto, tra gli altri motivi, di una strutturale mancanza di educazione al digitale e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Come emerge dalla ricerca, infatti, sono gli stessi giovani a sottolineare come insegnanti ed esperti siano soliti concentrarsi soprattutto sui “pericoli della Rete”, mentre in misura molto minore vengono fornite indicazioni per sviluppare un rapporto sano, equilibrato e ottimale nell’utilizzo delle tecnologie e dei social media.
Professor Gui, in che misura i giovani hanno ragione a lamentarsi dell’inadeguata offerta di educazione digitale?
In questo momento la consapevolezza sui rischi dell’utilizzo eccessivo dei media digitali è massima. Siamo nel mezzo di un acceso dibattito tra chi sostiene sia sufficiente intervenire con i soli strumenti educativi, e chi invoca più protezione e limitazioni. Le due dimensioni, a mio parere, vanno gestite insieme. L’educazione civica digitale, che rappresenta un terzo di tutta l’educazione civica erogata nelle scuole, è insufficiente rispetto alle necessità dei giovani per come è offerta oggi. Spesso la parte digitale non viene affrontata e, quando lo è, manca un quadro di riferimento per chiarire le priorità e strutturare l’offerta in modo coerente tra i vari gradi.
Quali potrebbero essere delle soluzioni immediatamente applicabili?
Occorre ragionare, in particolare, sui contenuti, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di competenze di “benessere digitale” che sono spesso assenti dai programmi. Un esempio in questa direzione è il “Piano personale di benessere digitale”, in cui i giovani possono elaborare un piano per migliorare il proprio utilizzo degli strumenti sulla base dei dati di utilizzo giornalieri. La nostra ricerca, realizzata su un gruppo sperimentale di controllo in una scuola superiore, ha dimostrato come – a distanza di un anno – questo esercizio abbia portato a una riduzione significativa dell’uso problematico dello smartphone tra gli adolescenti. Se i progetti vengono messi in atto i risultati si ottengono, in particolare fin dai primi anni di insegnamento.
In che modo, invece, è possibile intervenire su criticità più strutturali e persistenti, come il cyberbullismo?
Il materiale didattico su questi temi, per nostra fortuna, abbonda. La difficoltà sta nel trattarlo nei momenti giusti, in maniera graduale rispetto alle persone e ai contesti. Fare educazione digitale su alcuni temi in un’età troppo precoce potrebbe rivelarsi addirittura controproducente, perché non è affatto scontato che un bambino sia già presente sui social o che utilizzi lo smartphone con la stessa intensità di altri coetanei. I bambini, in particolare, devono essere messi nelle condizioni di potersi esprimere in un ambiente protetto. Non basta insegnare loro la teoria, se poi vengono lasciati da soli a navigare sui social senza la supervisione di un adulto. La presa di decisione collettiva su quali siano gli ambienti da considerarsi protetti, e quali no, consente di sviluppare una educazione digitale adatta alle diverse fasce di età.
Quale dovrebbe essere, in questo contesto, il ruolo degli adulti e nello specifico il ruolo delle famiglie?
Gli adulti hanno la responsabilità di fissare le regole, e devono farlo insieme. L’educazione è un problema sociale e non solo della singola famiglia/scuola. L’altro punto di svolta si ha quando i minori non sono semplici destinatari passivi di imposizioni e regole, ma sono anche chiamati a dire la loro su quello che dovrebbe essere un modo “sano” di rapportarsi con questi strumenti, anche da parte degli adulti. I ragazzi possono aiutare gli adulti a prendere consapevolezza dei propri limiti, delle proprie debolezze. Gli adulti possono e devono dare l’esempio, ma questo diventa ancora più efficace se i giovani si sentono protagonisti e responsabili di questo cambiamento.
Quali dovrebbero essere, in futuro, i pilastri di un’educazione digitale “riformata”?
Il primo è, a mio parere, quello della gradualità: norme sociali condivise sull’età opportuna per le diverse esperienze digitali. Il secondo pilastro è quello dello sviluppo delle competenze digitali, che completano il primo asse. La direzione verso cui andare è quella di uniformare, il più possibile, l’educazione civica digitale nelle scuole perché ancora oggi ogni istituto sceglie gli argomenti in maniera frammentata. Definire un livello minimo di competenze, , potrebbe essere un primo, importante passo in avanti per orientare gli sforzi educativi che ad oggi sono molto dispersi e non coordinati. In questo senso, la possibilità di misurare in maniera granulare le competenze digitali degli studenti italiani, come ha iniziato a fare INVALSI, consente di calibrare meglio le iniziative di educazione in grado di avere un impatto su tutti i livelli, e non solo su quello preventivo. Se lo sviluppo delle competenze digitali è davvero prioritario, dobbiamo impiegare gli stessi strumenti che utilizziamo per lo sviluppo delle competenze disciplinari.